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FILIPPO TORTU RECORD ITALIANO SUI 100 METRI 9.99 - FINALE MEETING MADRID 2018
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Tenace come gli arbusti che crescono sulle rocce carniche, autentica come le medaglie che porta al
collo. È così Manuela di Centa: gli anni di trasferte in giro per il mondo non hanno intaccato il suo
carattere e nemmeno il suo tipico sorriso. Gli occhi del pubblico si sono posati su di lei in età
adulta, ma i tecnici sportivi la “coccolavano” già da ragazzina, quando a diciassette anni debuttò in
Nazionale. La passione per uno sport intenso e faticoso, a stretto contatto con la natura ed i suoi
umori meteorologici, si è concretizzata in una lunga serie di vittorie a livello olimpico e mondiale. Il
ritiro dalle competizioni non è coinciso con una diminuzione di impegni, Manuela è costantemente
in viaggio con il suo contagioso entusiasmo per tutto ciò che la vita riserva.
Da un paesino abbracciato dalle Alpi alle piste più prestigiose del mondo: davvero un bel balzo
d’atleta. Quali sono state le tappe verso il successo?
Bisogna premettere che non ho mai pensato alla mia esistenza in funzione di una corsa verso la
popolarità. Io ho vissuto lo sport, fin da bambina, come una grande gioia: non mi rendevo
assolutamente conto che ciò che stavo facendo potesse avere un’evoluzione futura. Sentivo solo
un’immensa voglia di giocare, di stare tra i miei compagni e con mio padre (che era il mio
allenatore, il mio maestro di sci, il mio educatore… era tutto allora!). La società sportiva era sport,
cultura, vita e, quindi, educazione. Inoltre, lo splendore della neve, del sole, l’odore delle piste, ma
anche il freddo, il vento e la pioggia… tutti questi elementi sono rimasti costanti da quand’ero
bambina fino a oggi. Da questi denominatori comuni è nato il piacere di fare sport, come
divertimento e soddisfazione personale. Abbino a questa prima tappa il ricordo di momenti
fantastici legati a mio padre: mi ha dato una libertà interiore come ragazza, nei confronti della vita,
del diventare donna e perciò della diversità tra maschi e femmine… Questo è stato, come lo
definisco io, un altro zoccolo duro, utile nella vita quando ci si scontra con i tabù altrui.
Immaginava una giovane cresciuta nel gruppo in modo indiscriminato che si scontra con pesanti
tare mentali collettive, che relegano la donna in una posizione inferiore rispetto all’uomo: o si è
preparate ad affrontarle in maniera rivoluzionaria oppure si subisce. Io ho scelto, perché mio padre
mi aveva impostata in questo modo, e mi sono sforzata di ottenere una mutazione culturale, aldilà
dei risultati agonistici. Una delle strade più belle che ho aperto nel mondo dello sport consiste
nell’attenzione attirata sulle donna che si dedicano allo sci di fondo: prima non erano nemmeno
considerate, anzi se ne parlava come di brutti maschiacci, come di prototipo di anti-femminilità.
Forse questo è il risultato più bello che io ho ottenuto nell’arco della mia carriera, stravolgendo la
concezione comune. Proseguendo, non intendo descrivere le tappe prettamente agonistiche, poiché
sono sempre state in secondo piano. È naturale che, nel momento in cui ottenevo buoni risultati ho
affrontato le fasi classiche di selezione: giochi della gioventù, allievi, juniores, seniores, e via
dicendo. Questa evoluzione, però, è avvenuta parallelamente alla mia crescita, affiancata ad altri
impegni tra cui la scuola. Devo ricordare, comunque, che a diciotto anni – nella più completa
incoscienza – ho tagliato un traguardo “giornalisticamente interessante”: nel 1982, ancora come
juniores, mi hanno portato per caso a competere nei Campionati del Mondo e sono arrivata ottava,
in un settore dive l’Italia non esisteva e le donne tantomeno! In seguito, per un certo periodo ho
messo in secondo piano lo sport, seguendo altri istinti ed altri interessi. Dal distacco ho capito cosa
realmente mi piaceva fare nella vita, così alcuni anni più tardi ho ripreso gli allenamenti, cosciente
delle mia basi, per costruire a livello fisico e mentale i presupposti necessari ad ottenere risultati di
alto vertice. Gradualmente sono arrivata sempre più vicino al podio e nel 1991 ho vinto le mie
prime medaglie assolute ai Campionati del Mondo, fino ad arrivare all’apice del 1994 con una
vittoria forse un po’ troppo grossa (la Coppa del Mondo, conquistata anche nel ’96; n.d.r.)
Come si decide di trasformare un passatempo in attività lavorativa? Per lei questa scelta è
avvenuta dopo il momentaneo allontanamento dallo sci?
Si è trattato certamente di un passaggio graduale, legato alle mie reali capacità ed alle possibilità
remunerative offerte dal mondo dello sci. Lo sport dei giorni nostri è un business: un atleta capace e
che si sappia gestire riesce a raggiungere un profilo economico di tutto rispetto. Se ci si riferisce,
però, al contesto degli anni passati le cose cambiano, tanto che gli sciatori erano costretti a lavorare
d’estate per gareggiare d’inverno. Inoltre, il ruolo delle donne era di rimanere a casa a fare la calza, e
questo fino a pochi anni fa! Il radicale cambiamento di mentalità – avvenuto anche per opera dei
risultati agonistici – ha consentito il riscatto del settore sportivo femminile, ed ha incoraggiato la
mia totale dedizione allo sci nordico. Di conseguenza, non è possibile identificare il momento
preciso in cui lo sport è coinciso con il lavoro.
Il sorriso di Manuela Di Centa, che spesso ritorna piacevolmente alla memoria, nasconde
qualche ricordo amaro?
Io ho sempre sorriso anche nel caso di una gara andata male, perché la mia filosofia valuta
l’impegno e la sofferenza della competizione.. passato il traguardo io ero certa di avere dato il
massimo di me stessa. Non ho mai interpretato lo sport come dolore per un risultato negativo. Il
momento più brutto è stato certamente il periodo della malattia che mi ha colpito a livello tiroideo,
debilitandomi a tal punto da non riuscire nemmeno a seguire il programma fissato dall’allenatore.
La difficoltà nel capire cosa mi stesse succedendo, le critiche dei tecnici e dei giornalisti che
dubitavano delle mie parole divulgando una presunta incapacità psicologica di accettare la
supremazia delle avversarie, il trovarmi da sola ad affrontare una cosa che mi sembrava enorme e
senza possibilità di uscita… tutto contribuiva alla perdita della grinta necessaria a reagire. Questo
fino al ’92, quando avevo deciso di abbandonare l’attività agonistica; le cure mediche, invece, si
sono rivelate efficaci e così l’anno seguente ho vinto tre medaglie… Infine, un pensiero legato alla
sua terra… Quando penso alla mia terrà penso alla difficoltà. Ogni volta che uscivo da casa per
allenarmi ed il programma prevedeva un’ora di “lento”, cioè di corsa tranquilla, mi trovavo dinnanzi
ad una supersalita o ad una super-discesa, se prevedeva corsa in pianura non sapevo dove andarle a
cercare, se era il turno degli esercizi in palestra non c’erano attrezzi sufficienti… La montagna è
anche questo, non solo l’asperità delle rocce, dei sassi, dei torrenti che scorrono, il tutto compattato
in poco spazio quasi a volersi togliere il respiro l’un l’altro. La difficoltà si incarna nella terra dove
sono nata, sino al punto da rendere difficile la comunicazione tra gli stessi abitanti del luogo.
Riflettendo a questo proposito, sorrido al ricordo del mio allenatore finlandese che, conosciutami
nel periodo in cui abitavo a Milano, mi considerava una cittadina: da un lato mi incitava alla fatica
disprezzando le comodità offerte dalla città, dall’altro mi rimproverava per l’andamento troppo
sostenuto nella fase di corsa lenta. Quando tre anni dopo lo invitai a Paluzza, mi disse: “Adesso
capire perché tu non fare mai lento!”.
Campione amatissimo, con le sue vittorie e il suo stile è colui che ha reso davvero popolare l’Alto
Adige come “paradiso dello sci”: lui, il Gustav di Trafoi, aveva imparato qui la sua arte e tra queste
piste, per una sin troppo facile equazione, doveva celarsi il segreto per diventare così bravi. Classe
1951, asciutto, non altissimo, occhi azzurri e un viso che tende a un dolce sorriso, un po’ dovuto al
suo essere timido, piuttosto taciturno e schivo. Stiamo parlando, ovvio, di Gustav Thoeni, quattro
coppe del mondo di sci, l’ultima nel 1975, oltre a varie medaglie olimpiche e mondiali alle spalle,
albergatore nel Parco dello Stelvio, istruttore di sci, responsabile tecnico della nazionale italiana.
Thoeni riassume in sé i modi misurati e il rispetto che da sempre sono propri di chi in montagna ci
vive tutto l’anno. I suoi silenzi, come quelli che contraddistinguono i paesaggi mozzafiato della terra
in cui è nato, sono spesso stati più eloquenti di qualsiasi parola, di qualsivoglia orpello potesse
essere aggiunto a una realtà che è superfluo commentare. Lo stile telegrafico continua ad essere il
suo preferito e le domande dell’intervista che ci ha concesso in esclusiva finiscono per essere
inevitabilmente più lunghe delle sue risposte: insomma, il solito, caro, vecchio Thoeni.
Come va con i nuovi sci da slalom speciale: le piacciono?
Non è questione di gusti; sono i test a dar ragione ai nuovi sci che risultano più veloci, non solo in
slalom ma anche in gigante e in discesa, discipline in cui si stanno anche progressivamente
accorciando le misure.
Una volta, dopo una gara andata male, disse che i suoi sci erano buoni per il camino. Fanno
ancora tanta differenza i materiali o il livello si è alzato un po’ per tutti?
Oggi la media è alta. Chiaro, però, che ad ogni rinnovamento tecnologico, magari solo per un anno,
una ditta può prendere un certo vantaggio sulle altre. Dipende poi un po’ dalle piste e dal tempo:
secondo me, in un paio di fare di Coppa del Mondo, bisogna ancora essere bravi a indovinare
materiali e scioline.
A Kitzbuhnel, Lei arrivò secondo in libera, non la sua disciplina preferita, a un centesimo da
“Koening” Franz Klammer, qualche anno dopo la sua stessa pista farà un giro completo di
360° su se stesso continuando senza sosta la gara, cosa che Le farà poi dire di aver visto la
morte in faccia. Quella libera è stregata per noi?
No, l’abbiamo anche vinta: non è poi vero che io abbia visto la morte in faccia, anche se debbo dire
che presi un bello spavento in quell’occasione. Lei andava dritto sul palo con gli sci piuttosto uniti,
finché arrivò un certo Stenmark da Tarnaby, Svezia, che teneva gli sci più allargati e faceva più
strada, girando intorno alle porte ma ottenendo così di mantenere una maggior velocità: quali altri
cambi epocali sono intervenuti dopo in questo sport? Direi quasi esclusivamente tecnologici, non di
vera e propria tecnica di sciata. Già ai miei tempi di parlava di centralità e si tentava di praticarla.
L’unica differenza nel gesto consiste nel fatto che non c’è più la derapata.
Qual è la sua pista preferita in Alto Adige?
Il primo amore non si scorda mai e, tra tante belle piste, io preferisco ancora le mia, quassù a Trafoi,
dove ho imparato a sciare. Non sono così tante o così lunghe ma per me sono le migliori. Si metta
nei panni di un turista: preferirebbe andare a sciare in treno o in macchina? Certo il treno è molto
più comodo, al di là dei suoi pregi in termini ambientali, ma qui in Sudtirolo purtroppo non
abbiamo più i treni che ci portano nelle località sciistiche e, dunque, non ci rimane che l’auto. Lo
sviluppo sostenibile è perlopiù considerato un ostacolo da chi opera nel settore turistico: Lei che
agisce in questo campo all’interno di un’area protetta ha problemi con l’Ente Parco? Ci sono certo
degli svantaggi, soprattutto quando si tratta di ristrutturare o costruire immobili, nonché in termini
di espansione degli impianti e delle piste da sci. Puntando però noi più che altro sulla stagione
invernale, onestamente, non si può dire che il Parco Nazionale dello Stelvio ci dia eccessivi
problemi, essendo la natura praticamente a riposo e con la neve che impedisce gran parte dei
movimenti, le passeggiate e le incursioni dei turisti.
Ma come venderebbe, allora, una vacanza a Trafoi?
Puntando sui paesaggi, i panorami che si sono conservati intatti fino a oggi, sulla possibilità di
sciare d’inverno e fare trekking d’estate in scenari unici…
E lei invece, dove va in vacanza?
Stando in montagna tutto l’anno, noi andiamo al mare. Sempre in Italia.
Com’è nata la sua passione per lo sci?
Vivendo a Cortina, mi sono avvicinato allo sci fin da piccolino con una certa predisposizione e la
mia passione è nata perché amo il rischio e la velocità; per sciare però non è sufficiente solo il
talento ma ci vuole anche tanto impegno e spirito di sacrificio! Bene, relativamente al problema
affrontato anche nel Vademecum in merito alla sicurezza sulle piste, secondo lei è una questione
legata alla velocità o c’è mancanza di controlli per gli indisciplinati in pista? Diciamo che gli
impianti di risalita negli ultimi anni si sono molto sviluppati e c’è molta più gente in pista, molte
persone sciano senza avere un’adeguata preparazione atletica e questo è sicuramente un problema,
non ci si può improvvisare campioni e correre a più non posso, bisogna saper quali sono i propri
limiti e rispettarli…
Quindi il problema e soprattutto comportamentale, che cosa si può fare?
Sicuramente è importante che le persone rispettino sempre le regole dello sci, si potrebbero
intensificare i controlli come fanno in America, Svezia, Canada, Nuova Zelanda dove ci sono delle
persone con il compito di vigilare severamente ed in modo scrupoloso le piste…se si corre troppo
veloci c’è il rischio che venga ritirato lo skipass!!! Inoltre sarebbe bene indossare il casco protettivo
che, oltre a proteggere dal freddo, è utile in caso di brutali cadute accidentali… In effetti indossarlo
è un’accortezza in più…crede che sia giusto dare maggiori informazioni agli sciatori dilettanti sulle
norme e regole di comportamento in pista? Direi di si… l’ideale sarebbe che le persone avessero
una maggiore conoscenza delle norme e delle leggi che regolano il mondo dello sci anche tramite il
Vademecum dello Sciatore che potrebbe essere un buon strumento di conoscenza per una maggiore
sicurezza sulle piste; inoltre, per esempio, si potrebbe richiamare l’attenzione degli sciatori
attraverso frasi d’effetto messe in vista su cartelloni posizionati negli impianti di risalita…
Un’ultima domanda Sig. Ghedina, che cosa consiglia ad uno giovane che vuole intraprendere
questo sport a livello agonistico?
Bè, innanzitutto da piccoli sarebbe bene intraprendere questo sport per divertimento, verso i 15 anni
si può cominciare a pensare all’agonismo ricordandosi sempre che la vita dell’atleta, come ho detto
prima, non è semplice, è fatta di tanti sacrifici, rinunce, bisogna seguire una vita regolata, no
discoteche, alcool e via di seguito…ci vuole tanto allenamento ed impegno! …Il grande campione
dello sci Kristian Ghedina, grazie Kristian!
All’imbocco della Val Senales, sopra la frazione di Stava in Val Venosta, si erge Castel Juval, una
delle più antiche e formidabili fortezze di tutta la provincia di Bolzano. Nel 1200 il maniero, coi
masi circostanti, lasciava già traccia di sé nei documenti ufficiali, ai tempi in cui ne era signore Ugo
di Montalban. Dall’inizio del ‘300 i nomi dei successivi proprietari di Juval ci fanno percepire
l’entrata inesorabile nella zona di orbita germanica: Federico Zobl, Ludovico di Brandeburgo,
Ulrich von Matsch, quest’ultimo fino al passaggio di poteri dai Tirolo ai cugini Asburgo. Nel secolo
seguente Juval appartenne alla giurisdizione di Silandro, sino all’acquisto da parte di Giovanni
Sinkmoser a metà del ‘500: pare che i restauri operati nel 1581 da costui abbiano dato un’idea
anche all’attuale proprietario della rocca, il famoso scalatore Reinhold Messner, dimostrando come
fosse possibile abbellirne l’aspetto e trasformarlo in una dimora signorile e confortevole. Risalgono
a quell’epoca le torri gentilizie lungo il muro del cortile più basso del complesso, come anche la
cappella di San Giorgio e gli affreschi decorativi del “Palas”, attribuiti ad un buon pittore
rinascimentale; peccato che passando ulteriormente in mano ai conti Hendl e, infine, a due contadini
del luogo cui questi nobili decisero di cederlo, il castello cadde in rovina, condizione solo parziale
riscattata, appena nel 1925, dall’intervento della famiglia olandese Rowland. Ora Juval è forse uno
dei più mirabili esempi di risanamento rispettoso delle peculiarità del monumento, in cui i segni del
tempo non sono stati praticamente coperti da strati di make-up ma sfruttati per accrescere la austera
presenza. A conferma e non certo a detrimento di ciò sta anche la scelta di arricchire il castello con
arredi e oggetti artistici provenienti dalla tradizione nepalese, indiana, tibetana, africana e
sudamericana: quella che può apparire bizzarria, infatti, finisce per aderire al vero spirito medievale,
dove le fitte localizzazioni feudali rispondevano però ad un’assodata Weltanschauung grazie alla
quale le persone diverse per cultura, storia, modelli di sviluppo e religioni, davano vita ad aree
geopolitiche via via più ampie, a loro volta già costrette eppure ancora in grado di recuperare una
sorta di totalità e di armonia interiore, presenti in un tempo lontano e ormai irrimediabilmente
sbiadite. Specie di anticipazione degli armchair travelers del terzo millennio, quello che si è aperto
all’insegna della paura di spostarsi fisicamente e delle nascita delle prime agenzie di viaggi virtuali,
anche i signori dell’epoca rinascimentale gradivano che i loro emissari o delegazioni straniere
portassero loro dall’altrove oggetti esotici recanti simboli di questi arcaici saperi d’origine mitica o
esoterica, praticamente dei veri e propri souvenir dell’antichità su cui riflettere a casa propria nelle
lunghe notti invernali. La bellezza di sculture, maschere rituali, monili, arazzi e costumi, ha fatto sì
che il castello si trasformasse in un museo, visitabile tutti i giorni da primavera ad autunno.
All’interno del muro di cinta, cominciamo a cercare il “re degli ottomila” che ci ha fissato un
appuntamento e che di lì a poco troviamo nel suo appartamento privato, impegnato in un servizio
fotografico per la rivista americana Vanity Fair: tra una consegna al suo domestico e una telefonata
a New York in cui cerca di posticipare di un paio d’ore un suo futuro arrivo, scende nella cantina
dove sono conservati tutti i suoi cimeli di arrampicatore per provare una felpa che vogliono che
indossi per alcuni scatti, legata chissà a quale celebre conquista. Per l’intervista risulta invece più
confortevole il clima esterno, col sole che illumina il castello sito a 1000 metri di altitudine.
Cosa l’ha spinta verso Juval e verso un intervento di recupero così singolare?
L’idea di prendere un castello in Sudtirolo l’avevo in mente da più di vent’anni, anche per tutelare
quella che qui chiamano l’Heimat ma che per me è solo una parte del mio essere corresponsabile.
Per salvare la bellezza di questa terra non basta parlare o scrivere degli interessanti articoli ma
occorre prendere in mano le cose e fare. Io ho avuto l’opportunità di comprare questo semirudere,
successivamente ho acquistato anche due masi sottostanti che ho organizzato come se ci trovassimo
nel medioevo. Mi andava bene un castello che avesse mille anni di storia alle spalle, ristrutturato nel
1500 che è anche il periodo più affascinante, per poi riempirlo con tutta la mia roba, quella che mi
sta a cuore e ho recuperato nei miei viaggi in tutto il mondo, inserendola come fecero in epoca
rinascimentale tanti signori italiani, come ad esempio i Medici, nella cultura del posto al fine di
rigenerarla e farla vivere. Questo significa che io vivo qui però mi sento cittadino del mondo: sono
un europeo, un sudtirolese, ma con la testa aperta. La gente che si spinge qua, visto che questo è
anche un museo, è entusiasta di quello che ho fatto, è il caso di dire così visto che tutto questo non
esisteva più ed ora esiste grazie all’architettura che mi sono pensato. Lo stile che avevamo
immaginato ci imponeva d’intervenire. Sotto tutela della Belle Arti e grazie ai preziosi suggerimenti
del dottor Stampfer che mi ha mandato a Firenze e a Venezia a prendere visione di restauri
analoghi, in modo discreto. Chi mi critica sui miei lavori di restauro deve venire qua e vedere:
questo è il motivo della rabbia che nutro nei confronti dei Verdi fondamentalisti che, anziché
rendersi conto di persona del lavoro che ho svolto e che personalmente m’inorgoglisce. Certo ora
non ho il tempo come in passato di fare anche il manovale, portando pietre da chissà dove
inserendole in questo castello che, per me, è ormai uno dei più belli del Sudtirolo.
I materiali impiegati nel restauro sono forse considerati troppo moderni?
Se si debbono intraprendere oggi grandi lavori di recupero delle vestigia del passato, questa almeno
è la mia filosofia, bisogna pensare anche all’impiego di materiali nuovi, come il vetro e l’acciaio
usati nelle copertura di Juval. Non è intelligente rifare una porta che non c’è più con vecchia legna
recuperata da qualche altra parte e fatta sembrare ancora più vecchia. Io non lo faccio…
Quanto Le è costato semplicemente acquistare e consolidare il castello per renderlo almeno
abitabile?
L’ho comprato per sessanta milioni di lire; è incredibile adesso, ma a quel tempo c’era una forte
crisi e si potevano comperare alberghi per duecento milioni, si vendeva di tutto. Per mia fortuna il
padrone di allora voleva liberarsene e nessuno lo voleva: sono tre sassi, una rovina che crolla,
pensava la gente del posto. Poi ci ho lavorato una quindicina d’anni per dargli l’aspetto attuale ma,
diciamo, il primo grande passo per renderlo almeno vivibile mi sarà costato centocinquanta milioni,
ovviamente alla fine degli anni ’70. Gli ultimi ritocchi e lavoretti sono costati circa duecento
milioni, nulla rispetto a quello fatto all’inizio.
Per raggiunti limiti d’età, fisici o sul piano spirituale, preferirà dedicarsi a viaggi
tematicamente meno impegnativi ma retributivi sotto l’aspetto etnografico, a questa attività
di promozione e salvaguardia artistica e cultural e oppure alla carriera politica che, peraltro,
ha già intrapreso presso il Parlamento Europeo?
Il mio interesse politico e sempre stato vivo, a partire dal 1978 quando cominciai a discuterne con
Alex Langer , ma sempre avere l’intenzione di darvi seguito con ruoli istituzionali e candidature.
Nel 1999 mi hanno chiesto di presentarmi per le elezioni europee e l’ho fatto, pur senza esserne
all’inizio molto contento. Ho sfruttato anch’io questo grande network di contatti che è il
Parlamento. Quest’ultimo non ha in effetti grandi poteri, mi sono accorto che standoci dentro non si
può cambiare il mondo ma si ha l’occasione di discutere direttamente con Commissario o il
Ministro dicendogli come a te sembra meglio fare e stimolando una discussione. Ho imparato,
insomma, a vivere anche in questo mondo che non era il mio. Fin dall’inizio ho detto che non sarei
stato membro di partito ma una persona libera, che avrei continuato a lavorare anche al di fuori di
quell’istituzione e che dal di fuori, avrei agito maggiormente che al suo interno. M’interessa di più
il lavoro concreto che quello politico, per questo ho abbandonato questo “mondo”.
Da ragazzo ho avuto la fortuna d’essere rocciatore, attività in cui mi sono lanciato con tutto
l’entusiasmo di cui ne ero capace, poi per un motivo pratico, visto che nel ’70 ho perso le dita dei
piedi e volendo continuare a restare nell’ambito della montagna, sono stato costretto a cambiare. Ho
cambiato cuore e intelletto per affrontare le montagne più alte, peraltro nel pieno della mia
condizione fisica. Finiti tutti gli ottomila, nonostante l’avviso contrario di chi mi stava vicino, ho
saputo dire basta. Mi sono spostato verso avventure antartiche o desertiche. Poi ci sono state
escursioni nel mito e nella storia, come quella alla ricerca dello yeti o sulle tracce dell’alpinista
Mallory, sfruttando la mia esperienza di camminatore e alpinista. Adesso dedico tutti i miei mezzi e
la mia passione allo Juval e Museo della Montagna.
La cosa che vorrei fare dovrà reggere il confronto a livello mondiale, in caso contrario non poteri
sopravvivere, nemmeno economicamente.
Daniele Barina
“Il tifo sportivo è passione, compartecipazione, aggregazione di stampo quasi fideistico. Impossibile costringerlo entro schemi normativi troppo rigorosi, sarebbe come voler imbrigliare l’emozione, l’estro, la fantasia, la pulsione identitaria”
Per quanto ci possano essere care le istanze del fair play e del rispetto degli avversari, è irrealistico pensare uno stadio come luogo di aggregazione caratterizzato dalle buone maniere e dalla reciproca comprensione. Ma proprio per queste connotazioni diventa necessario porre dei paletti, dei limiti di carattere generale entro i quali deve restare il tifo, per caldo ed entusiasta che possa essere. È primaria e comune esigenza che la passionalità non degeneri in comportamenti inaccettabili, di pericolosità sociale, se non addirittura di vera e propria violenza. A limitare, e impedire certe manifestazioni deteriori è stato dunque necessario articolare un sistema di norme che i tifosi devono osservare per non incappare in sanzioni di carattere personale o penalizzanti per la società e la squadra del cuore. La recrudescenza di episodi violenti o comunque capaci di turbare la civile convivenza ha provocato negli ultimi anni un inasprimento delle regole, la cui inosservanza può avere anche conseguenze penali per i trasgressori. Parallelamente sono cresciute anche le misure di sicurezza predisposte negli stadi e le possibilità di individuare e punire i facinorosi con l’ampliamento dei termini della flagranza, tanto
per dirne una. Con simili premesse, sia pure solo accennate, si comprende l’utilità di uno strumento di facile e immediata consultazione attraverso il quale i tifosi abbiano un quadro preciso dei comportamenti illeciti che possono provocare danno a se stessi e alla propria squadra.
A questa esigenza risponde “sicurezza e prevenzione per il tifoso”.
Il tifo viene incoraggiato, ma sono indicati i limiti invalicabili in cui la propria passione può essere manifestata. Ironia, sana contrapposizione, cordialità d’espressione passionale non vengono banditi, ci saranno sempre in uno stadio, ma occorre restare entro confini accettabili. Sarebbe bello che nascesse una coscienza comune dei comportamenti adeguati, per ora accontentiamoci di aver ben presenti e di indicare i limiti costituiti dalle regole esistenti e che non vanno infrante. A nessuno è consentito scusarsi adducendo l’ignoranza di leggi e regolamenti, saper fin dove il tifo personale e di gruppo può arrivare, costituisce bagaglio di conoscenza”*
*BRUNO PIZZUL: Nato a Udine l’8 marzo 1938, giornalista ed ex calciatore professionista. È stato
telecronista per la RAI degli incontri della Nazionale Italiana di calcio dal 1986 al 2002.